"Chi vive nel nostro tempo
è vittima di nevrosi. Per
vivere bene non bisogna
essere contemporanei"
(Ennio Flaiano)
A tutti i viaggianti, il mio benvenuto
Tremate, tremate...
Rieccomi, più o meno come prima. Il delirio è passato, ma non è detto.
Dunque, dicevamo
@ Sifossifoco. Sono commossa per il suo commento non emoticoso, davvero. A presto!
@ Blek. Grazie! Uomini e blogger sono due categorie dell'anima
@ Pista. Molto, molto meglio.
@ Ruckert. Fatto! Adesso recupero un po' di arretrati.
@ Rocco. Trattasi proprio di parole, non pecore (che però non ci starebbe malissimo, potrebbe essere una visione contemporanea dell'insonnia). E trattasi altresì di citazione (non linkata onde evitare improperi e distrazione da parte del lettore), o meglio di sottotitolo di un celebre certamen letterario blogghistico. La citazione completa è Perché i blogger sognano parole elettriche? A noi piacque molto.
@ Daniela. Sono profondamente offesa, le promesse si mantengono. Ed io sono ancora qua che aspetto il mio brodo. Cos'è che ci volevi cuocere?
@ Codicilla mia. Gracias querida, ma Luca Carboni mi sembra troppo... E poi, se PPP sapesse con chi gli hai fatto dividere lo stretto spazio di un commento!
@ Streghina. Bentornata! Le macumbe per questa volta non saranno necessarie.
Le trasmissioni riprenderanno con regolarità al più presto.
La febbre e i blog
La febbre ha avuto la meglio, pare (magari ci ripensa). Ma credo sia un utile evento. Mi ha insegnato, ad esempio, che alle alte temperature è difficile per una fanciulla restare incollata ad un monitor, per non parlare del riuscire a star dietro alle righe che si succedono su di esso. Insomma, uomini e blogger hanno una tempra diversa.
Giorni fa, con un'amica, si disquisiva sulla differenza ontologica fra persone in carne ed ossa e strani individui che sognano parole elettriche. Io non coglievo questa distinzione, convinta com'ero di essere un tutt'uno, Claudia fuori e Pescetrombetta dentro.
In questa calda e triste notte ho scoperto che una delle due, a volte, prende il sopravvento.
Una bella notizia, e qualche dubbio
Ma così non riparte
il processo di pace
di SANDRO VIOLA
La maggioranza del parlamento di Gerusalemme ha votato per il piano Sharon: e questo vuol dire che verso maggio o giugno dell'anno prossimo - salvo un ribaltamento per ora imprevedibile - l'esercito israeliano si ritirerà dalla striscia di Gaza, gli insediamenti ebraici verranno smantellati, e circa 7000 coloni dovranno rientrare in Israele. Nella cronologia dei cent'anni dello scontro per la Palestina, l'evento è importante.
Per la prima volta Israele abbandona infatti una parte dei territori occupati con la guerra del 1967. Ritiro che una lunga serie di piani di pace avanzati in questi trentasette anni dalla comunità internazionale, non erano mai riusciti ad ottenere dai governi israeliani, di sinistra e di destra, succedutisi da allora.
Non che il piano Sharon non susciti perplessità, obbiezioni. Prima di tutto perché si tratta d'un gesto unilaterale, uscito da una decisione del governo d'Israele e non da un negoziato con la parte palestinese. Con i palestinesi, infatti - né più né meno come Golda Meir all'inizio dell'occupazione, e più tardi Begin e Shamir - Ariel Sharon non intende negoziare. Ha deciso l'abbandono di Gaza perché considera che esso conviene alla sicurezza d'Israele, e questo è tutto. Del resto sa bene che non ritirarsi richiederebbe azioni militari sempre più massicce, stragi di palestinesi sempre più vaste (centotrenta morti soltanto nell'ultimo mese), mentre Israele è già adesso lo Stato che suscita più riprovazione nelle opinioni pubbliche di mezzo mondo. Una scelta unilaterale, dunque, non il riavvio del processo di pace.
Ma nonostante queste riserve, sarebbe assurdo sottovalutare la portata del voto di ieri alla Knesset. Basta dare un'occhiata alla scena politica d'Israele, dove la destra estrema schiuma di rabbia e i pacifisti, finalmente, festeggiano. Dove la sinistra laburista, che ha votato per il piano Sharon, rientra in gioco dopo quattro anni di sconfitte elettorali e lacerazioni interne. No, su questo non ci sono dubbi. Di fronte al cadaverico immobilismo del conflitto israelo-palestinese (immobilismo politico-diplomatico, si capisce: perché i kamikaze, i carri armati e gli elicotteri non hanno mai interrotto le loro sanguinose scorrerie), il ritiro d'Israele da una parte dei territori occupati rappresenta un primo movimento.
Una crepa, quanto meno, in una situazione dominata sinora dall'immutabile e disperata sequenza di attentati palestinesi e rappresaglie israeliane.
Semmai, c'è da riflettere sui tempi della decisione d'abbandonare la Striscia di Gaza. Aprendo lunedì il dibattito parlamentare, Sharon ha pronunciato una frase per lui, uomo di guerra, protagonista di tante delle battaglie combattute da Israele nell'ultimo mezzo secolo, del tutto nuova: "Non si può vincere con la sola spada". E dinanzi a questo soprassalto di saggezza, è lecito chiedersi perché esso giunga così tardi. Quando tutt'attorno si stende ormai un paesaggio di rovine. Le rovine materiali, morali e politiche che il terrorismo palestinese e le devastanti risposte militari israeliane hanno provocato in questi quasi quattro anni di governi Sharon.
I "se" non servono, è vero, a interpretare la storia, ma in ambito morale hanno una loro logica. Come sarebbe diversa oggi, infatti, la situazione tra Israele e Palestina se la decisione d'abbandonare almeno una parte dei territori occupati fosse stata presa uno, due o tre anni fa. Centinaia di vittime innocenti sarebbero ancora in vita, le ruspe non avrebbero abbattuto centinaia di case palestinesi. Invece d'essere percorsa com'è adesso da refoli di vera e propria follia (basta pensare ai cartelli dei coloni che promettono a Sharon la stessa fine di Rabin), la società israeliana sarebbe meno spaccata, e nessuno parlerebbe d'un rischio di guerra civile. Sia pure dedita ai doppi giochi, incapace di decidere una volta per sempre tra lotta armata e negoziato politico, la dirigenza dell'Olp potrebbe essere ancora coinvolta in uno sforzo di mediazione internazionale: mentre oggi il vuoto di potere è totale, il caos scaturito dal terrorismo di Hamas e dalle mazzate di Sharon ha in pratica tolto di mezzo l'interlocutore palestinese.
Soprattutto, Gaza non sarebbe il girone dell'inferno che è diventata in questi quattro anni. Macerie, montagne d'immondizia, collasso di tutte le attività economiche, 75 per cento di disoccupati. La disperazione in cui il fondamentalismo ha pescato a volontà, rendendo Hamas la forza politico-militare dominante in tutta la Striscia. Ciò che sollecita, pensando al giorno del ritiro, interrogativi inquietanti. Chi interverrà a mettere ordine, a fermare il terrorismo, a riportare una qualche forma di vita civile, sostenibile, in questo che è ormai un annus mundi? Sicché ha ragione Arieh Eliav, uno dei primi leader pacifisti, quando dice sconsolato: "A che prezzo terribile stiamo pagando una scelta che anni fa non ci sarebbe costata niente".
Né Gaza era, riguardo ai simbolismi religiosi che infestano l'area, difficile da lasciare. È vero che nel libro di Giosuè viene detta abitata da una delle tribù d'Israele, ed è vero che per i più bigotti fa anch'essa parte di Eretz Israel. Ma le vere terre bibliche sono la Giudea e la Samaria. È lì che il mondo religioso ebraico potrebbe vedere, se Israele le lascerà mai, l'amputazione, il gesto sacrilego, il tradimento. Non a Gaza. E Sharon lo sa benissimo, tant'è vero che ha varato il piano di ritiro da Gaza ma in Cisgiordania non ha smantellato neppure gli insediamenti illegali dei gruppi religiosi più fanatici. Così, conviene non dimenticare l'intervista data un po' più d'un mese fa ad Haaretz dal più intimo consigliere di Sharon (avvocato della famiglia e del governo), Dav Weisglass. Il piano del ritiro da Gaza, diceva Weisglass, serve in realtà a congelare ogni trattativa di pace, perché Sharon non ha mai accettato l'idea d'uno Stato palestinese. Mollare Gaza e quattro insediamenti minori in Cisgiordania, ci permetterà quindi di tenere tutto il resto. E se l'avvocato dice il vero, il giubilo che i pacifisti mostravano ieri nelle strade di Gerusalemme non durerà a lungo.
(fonte la Repubblica, 27 ottobre 2004)
Le donne di Rocco
Forse
Errata corrige
(da il Manifesto di oggi)
Solo
Ottimo il risultato del centrosinistra, ha vinto in sei collegi perdendo solo a Ischia dove è stato eletto D'Antoni. (jena)
Caccia a ottobre rosso
(fonte, Cronache Isolane)
Esattamente un anno fa gli abitanti dell'arcipelago de la Maddalena avvertono un boato, intorno alle 23.30. Nei giorni successivi la marina statunitense da fondo a tutte le sue risorse creative per dare una spiegazione dell'accaduto: misteriosi vulcani nel bel mezzo del Tirreno, aerei supersonici...
Solo diversi giorni dopo verrà reso noto che si è trattato di un incidente. Non un incidente qualsiasi, dal momento che è stato coinvolto un sommergibile. Pare che il sottomarino a propulsione nucleare Hartford si sia arenato in una secca dell'arcipelago, ma la marina statunitense non ha mai confermato la notizia. Ha però rimosso il comandante del sottomarino, ed il fatto che nessuno abbia smentito l'ipotesi del sommergibile arenato ha portato quasi tutti i media ad accettare questa versione dei fatti. Gli addetti ai lavori però delineano silenziosamente altri scenari, impossibili da provare e difficili da digerire. Chi potrebbe seriamente credere ad una guerriglia fra giganti nucleari nei mari azzurri della Sardegna?
Come ha detto il subcomandante Soru qualche giorno fa, "Lo dico in amicizia: è arrivato il momento nel quale è necessario che gli americani abbandonino la base per i sommergibili nucleari".
Per il momento seguite questi link, poi magari ne riparliamo.
- Il fondamentale dossier di Salvatore Sanna, già componente del Comitato paritetico per le servitù militari, sulla base de la Maddalena
- La storia della presenza americana a la Maddalena
Radio precaria news
In quel regno dell'OT e della confusione che è la dependence pseudo-radiofonica a questo blog, potete trovare un'interessante intervista a Paolo Fresu. Enjoy!/¡Disfrutalo!
Le lacrime della Hassan
Come è ormai triste consuetudine è stato reso noto il video della cooperante inglese Margaret Hassan, rapita martedì, tramite la solita Al Jazeera. La si vede in lacrime, che disperata ripete please, che chiede al primo ministro inglese di aiutarla ritirando le truppe dall'Iraq, perché altrimenti morirà, I will die. Somo immagini strazianti, la Hassan non contiene il suo terrore, che ti entra negli occhi.
Mi è venuto in mente il video di Baldoni, surreale quando venne trasmesso, quando ancora potevamo sperare nel lieto fine, e ancora di più dopo la certezza della sua morte, quando rivedendolo sembrava che la sua espressione quasi sorridente fosse quasi beffarda. Niente di tutto questo c'è nel viso della Hassan, cooperante che all'Iraq ha regalato il suo lavoro e la sua vita, sposando un iracheno, Tahseen Ali Hassan (che oggi lancia pesanti accuse al governo Blair per la gestione della situazione), e lavorando da oltre venticinque anni per quella terra come operatrice umanitaria. Viene descritta come una donna forte ed equilibrata, grande esperta della realtà irachena, stimata professionista della più grande organizzazione umanitaria del mondo. Dice di lei una sua amica, "She has tremendous presence. If there is anybody who can build a rapport with whoever these people are, she will". Ed è per questo che il suo viso terrorizzato fa ancora più paura.
Libertà di stampa, libertà di accesso
Nasce un nuovo blog, uno spazio a più voci promosso dall'Osservatorio Ilaria Alpi. Questa la dichiarazione d'intenti:
Mai come oggi il tema della libertà di stampa in Italia e nel mondo è un tema caldo: dai giornalisti che muoiono in zone di guerra a quelli che si scontrano ogni giorno con i muri di gomma di un potere che ama sempre meno la trasparenza, il fronte della libertà di stampa è quanto mai inquietante ed inquieto. A fianco della libertà di stampa, quindi della possibilità di informare ed essere informati senza censure, senza pressioni, senza torture, si pone, necessariamente, il problema dell'accesso all'informazione. Quella dell'accesso sarà la sfida del prossimo futuro: in un mondo sempre più "in rete" esiste una parte consistente di cittadini dei paesi più poveri a cui l'accesso all'informazione è negato. Fosse solo per motivi strutturali. Esistono paesi dell'Africa con una linea telefonica ogni 200.000 abitanti. Come si può parlare per queste persone di accesso all'informazione? Questo weblog è promosso dall'Osservatorio Ilaria Alpi ed è un weblog collettivo, realizzato a più voci. Parte grazie all'interessamento e all'impegno di giornalisti, blogger, personalità della cultura, persone attente ai temi della libertà di stampa e di accesso all'informazione. Tutti si spendono in prima persona, si firmano, si espongono. Questo weblog è comunque aperto al contributo di tutte le persone che hanno voglia di discutere e partecipare. Basta scrivere una e-mail qui per essere invitati a partecipare. Buon lavoro a tutti quelli che con passione e desiderio di capire parteciperanno a questo progetto.
Magaret Hassan, capo-missione dell'ong britannica Care International, è stata rapita stamane in Iraq. Il video di Al Jazeera testimonia purtroppo la veridicità della notizia. Dopo la vicenda di Simona Pari, Simona Torretta, Ra'ad Ali Abdul Aziz e Mahnaz Bassam, un'altra cooperante è oggetto delle mire di una parte dei terroristi iracheni. Spero che anche in questo caso ci possa essere un lieto fine.Normalità
“Non è normale! L’omosessualità è bellissima, straordinaria, la consiglio a tutti! Ma cazzo, non è normale”: Giuliano Ferrara a Ottoemmezzo, 12 ottobre (via Luca Sofri)
Torna a casa Rocco
L'Europarlamento (per la precisione la Commissione per le libertà pubbliche, la giustizia e gli affari interni) boccia la candidatura di Rocco Buttiglione (qui l'audio della sua audizione di fronte al Parlamento Europeo, qui una sintesi del suo discorso) a Commissario per la giustizia, libertà e sicurezza. Poco dopo esprime un parere negativo anche per la vicepresidenza, e per un eventuale altro incarico. Come prescritto dal Trattato sull'Unione Europea l'indicazione del Parlamento europeo non è vincolante per il presidente Barroso, ma certo sarebbe politicamente difficile per lui ignorare il parere dell'organo che poi dovrà votare la fiducia alla squadra che sceglierà.
Le perplessità degli eurodeputati riguardano soprattutto le ambiguità dimostrate da Buttiglione su temi fondamentali come immigrazione e giustizia, oltre alle discutibili opinioni sui diritti degli omosessuali.
Eh si gente, son cose, son soddisfazioni (comunque non festeggiamo troppo, non è ancora finita e si sa, le vie del signore...)
UPDATE
Chi si è azzardato a festeggiare troppo? Questi sono i risultati
Dell'informazione e d'altri fastidi
Giovedì notte l'Fbi ha sequestrato i server del circuito di informazione indipendente Indymedia, a seguito, pare, di una richiesta di Svizzera e Italia. Io non ne ho capito molto, ma vorrei suggerirvi qualche link. Innanzitutto date un'occhiata alla schermata di Indymedia Italia, in cui si spiega brevemente l'accaduto. La pagina principale di Indymedia Italia si presenta invece così. Sono ovviamente irraggiungibili tutte le feature. Potete farvi un'idea più precisa (ma non troppo, sono ancora molti i punti oscuri) nelle seguenti pagine: Reporter Associati (in particolare qui, qui, qui), WarNews, Osservatorio sulla legalità, Network games, One More Blog, l'Unità, Corriere della Sera, Zeus News (in costante aggiornamento), Indyblogs, Telepolis (in spagnolo),
Questo infine il comunicato stampa diramato da Indymedia.
In ogni caso, una brutta storia
UPDATE
Qui un ottimo riassunto della situazione
Un milione di questi contatti!
Stasera grandi festeggiamenti a casa Scaccia. Il BLOG dell'inviato rai celebra il primo milione di accessi. Ed io con lui. Anche a Pino Scaccia, infatti, si deve l'apertura di questo spazio. Il 4 novembre dell'anno scorso partecipò ad un incontro con gli studenti di Scienze della Comunicazione di Sassari. Parlò della professione di inviato di guerra, dell'indipendenza che riusciva a mantenere nonostante il clima in rai non fosse dei migliori, dei blog (ricordo l'entusiasmo con cui ne parlava, e lo sbigottimento della maggior parte dei ragazzi... i blo che?). Abbozzai una domanda sulle differenze fra giornalismo scritto e "parlato", ma senza riuscire a spiegarmi bene, infatti mi liquidò con due battute... Esattamente il giorno dopo ho aperto il blog, che fra un po' compirà un anno e poche migliaia di accessi.
Cin cin al suo patrigno!
Pensierino del lunedì (quando, si sa, siamo scarsamente ragionevoli)
Non ho fatto nessun commento sulla strage dei bambini del 30 settembre. Non perché mi sia sfuggita la notizia, ma perché, come accade spesso, di fronte all'orrore, di fronte alle foto dei bambini straziati date in pasto a noi, esigente pubblico occidental-benpensante, non ho alcun sentimento oltre la pietà. E quasi nessuna parola, inutile dettaglio nel calderone mediatico.
Ma una cosa, sinceramente, non riesco a capirla. A quale genio di strategia militare poteva venire in mente di far avvicinare dei bambini ad un convoglio militare (un convoglio, non un carrarmato)? In quel regno della pace che è l'Iraq in generale e Baghdad in particolare. Sarò la solita sospettosa, ma i casi sono due. O si è trattato di un'imperdonabile leggerezza, o di un modo di proteggere l'ingresso del convoglio in un'area che gli americani non controllavano. Inutile aggiungere che qui si spera di poter criticare l'esercito a stelle e strisce per un'ingenua sbadataggine.